MILANO FINANZA
Venerdì 14 novembre 2025
Il dibattito sul futuro delle challenger bank merita di essere affrontato senza schemi preconcetti. Se stabilità del sistema finanziario e tutela dei risparmiatori sono obiettivi irrinunciabili, un eccesso di rigidità può frenare innovazione e concorrenza proprio dove servono di più. La sfida non è scegliere tra vigilanza e sviluppo, ma costruire un equilibrio che renda il sistema al tempo stesso solido e dinamico. Negli ultimi anni il quadro regolatorio delle banche ha visto cambiamenti significativi che hanno inciso in particolare sulle piccole banche e su quelle con modelli di business non tradizionali.
È legittimo pretendere capitale adeguato, solida governance e controlli efficaci; ma in un’economia fatta di migliaia di Pmi, la proporzionalità diventa decisiva: attori con scala e profili di rischio differenti richiedono strumenti calibrati, non copie conformi delle regole pensate per operatori sistemici. Le challenger bank e le banche non sistemiche svolgono una funzione complementare alle grandi banche: colmano spazi che queste spesso non riescono o non ritengono conveniente servire. Per imprese e famiglie questo si traduce in tempi di risposta rapidi, strutture tailor made e capacità di valutare nicchie settoriali che in modelli centralizzati possono restare fuori griglia. Non si tratta di sostituire le banche tradizionali, ma di affiancarle: questa pluralità aumenta resilienza, qualità dell’offerta e inclusione finanziaria. È importante non fraintendere l’obiettivo: non si invoca la moltiplicazione indiscriminata degli operatori, ma la possibilità per quelli con un business model efficace e ben governati di entrare, crescere e competere in un perimetro chiaro di regole.
Tre i principi chiave: proporzionalità (requisiti e oneri commisurati a dimensione e rischio), prevedibilità (tempi e criteri autorizzativi chiari, che orientano investimenti e piani industriali) e armonizzazione europea. In questo quadro, strumenti come sandbox regolatori, iter autorizzativi per stadi e audit digitali mirati consentono di testare innovazioni in ambienti con trollati, tutelando clienti e stabilità. E l’esperienza europea lo dimostra: operatori come N26 e Revolut sono nati e cresciuti in contesti regolatori che hanno combinato prudenza e apertura, permettendo scalabilità e passaporto europeo dei servizi. Il risultato non è solo crescita dei clienti, ma anche il trasferimento di tecnologie lungo la filiera. Il vantaggio per il sistema è anche nella creazione di valore che questi operatori generano: le ultime valutazioni di Revolut, nell’ordine dei 30 miliardi, sono ricchezza che resta nel paese che l’ha aiutata a creare.
C’è poi un tema di competitività. Ecosistemi che sanno attrarre capitali e talenti combinano prudenza e apertura all’innovazione: quando modelli diversi convivono in modo ordinato, il sistema reagisce meglio ai cicli, accelera il trasferimento tecnologico, e migliora la qualità del servizio. Di contro, se il contesto è percepito come poco favorevole all’ingresso di nuovi attori, il rischio è una minore pressione competitiva su costi, processi e customer experience. La missione più utile delle challenger resta quella originaria: credito veloce, flessibile e mirato a segmenti scarsamente presidiati dai grandi operatori. In sintesi, vigilanza forte e innovazione responsabile non sono alternative ma parti dello stesso obiettivo: presidiare i rischi con regole proporzionate, governare la diversità dei modelli e assicurare prevedibilità per chi investe. L’Italia ha interesse a premiare la solidità, valorizzare la specializzazione e consentire a nuovi operatori virtuosi di dimostrare sul campo la propria utilità per imprese e cittadini. Il rischio non è la nascita delle challenger, ma la loro assenza: senza di loro il sistema resta meno inclusivo, meno innovativo e meno competitivo. E, in definitiva, meno funzionale a supportare le aziende italiane.